Anche il convivente ha diritto ai permessi per assistere il disabile

Data: 2016-09-29 09:12:44

I tre giorni di permesso al mese che consentono di assentarsi dal lavoro per assistere familiari con gravi handicap devono essere riconosciuti anche al convivente more uxorio e non solo al coniuge e ai parenti e affini.

Con la sentenza 213/2016, depositata ieri, la Corte costituzionale ha dichiarato lillegittimit dellarticolo 33, comma 3, della legge 104/1992 che individua i fruitori dei permessi, in quanto non include i conviventi oltre ai familiari pi stretti.

La questione affrontata dalla Consulta stata sollevata dal tribunale di Livorno chiamato ad esprimersi sul caso di una lavoratrice dipendente che si vista negare il permesso per assistere il convivente more uxorio affetto dal morbo di Parkinson.

Questo perch la legge 104/1992 prevede quali fruitori dei permessi il coniuge o i parenti e affini entro il secondo grado (o entro il terzo grado se i genitori o il coniuge hanno almeno 65 anni, o siano deceduti o invalidi).

Punto centrale dellargomentazione dei giudici costituzionali che linteresse primario della legge 104/1992, cos come del congedo straordinario previsto dalla legge 151/2001, assicurare in via prioritaria la continuit nelle cure e nellassistenza del disabile che si realizzino in ambito familiare.

Inoltre il diritto alla salute, tutelato dallarticolo 32 della Costituzione, rientra a sua volta tra i diritti inviolabili garantiti dallarticolo 2 della Carta costituzionale, sia in quanto il soggetto come singolo che nelle formazioni sociali in cui si svolge la sua personalit. Per quanto riguarda queste ultime, per formazione sociale si deve intendere ogni forma di comunit.

Di conseguenza, per la Consulta irragionevole che nellelencazione dei soggetti legittimati a fruire del permesso mensile retribuitonon sia incluso il convivente della persona con handicap in situazione di gravit.

Larticolo 33, comma 3, della legge 104/1992 risulta illegittimo rispetto allarticolo 3 della Carta costituzionale non tanto perch non equipara coniuge e convivente, che hanno una condizione comunque diversa, ma perch costituisce una contraddizione logica dato che la norma vuole tutelare il diritto alla salute psico-fisica del disabile, finalit che in questo caso costituisce lelemento che unifica la situazione di assistenza da parte del coniuge o del familiare di secondo grado e quella fornita dal convivente.

Escludere questultimo dai beneficiari dei permessi comporta, secondo i giudici, unirragionevole compressione del diritto, costituzionalmente presidiato, del disabile a ricevere assistenza nellambito della sua comunit di vita non in ragione di una carenza di soggetti portatori di un rapporto qualificato sul piano affettivo, ma in funzione di un dato normativo rappresentato dal mero rapporto di parentela o di coniugio.

Larticolo 33, cos come oggi formulato, viola quindi larticolo 3 della Costituzione per irragionevolezza e gli articoli 2 e 32 per il diritto alla salute psico-fisica del disabile grave sia come singolo che nella societ.

La Corte costituzionale, nel riconoscere il ruolo del convivente lo equipara a quello della prima cerchia dei soggetti che, in via ordinaria, possono fruire dei permessi, cio il coniuge, il parente o laffine entro il secondo grado.

di Matteo Prioschi

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